Tra universale e particolare

Il mondo intero è vittima di una confusione, ben visibile anche su Quag. C’è chi ne è vittima e chi vi sguazza approfittandone per fare i propri interessi. Parlo della confusione tra universale e particolare. Siamo reduci dal fallimento delle filosofie dell’universale, filosofie dell’essere, della verità, della certezza. Come al solito, da questo fallimento le masse non pensanti hanno tratto il peggio: sfiducia verso il pensare, diffidenza verso la filosofia, meglio procedere a zonzo, alla giornata. L’alternativa sarebbe l’attenzione al particolare e qui amano pescare moltissime domande poste su Quag, del tipo cosa stai pensando in questo momento, cosa farai domani, chi hai incontrato ieri, quali emozioni hai provato in quella situazione: tutte domande caratterizzate da una rinuncia a riflettere in generale, in astratto, per concetti vasti, limitandosi invece alle situazioni del momento, locali, particolari, interviste dettate dal marketing e dall’industria, che hanno bisogno di rubare dati e statistiche. Qui ha buon gioco la confusione, perché nelle risposte si mescolano banalità insignificanti (ieri ho fatto questo, faccio quello che mi pare) e riferimenti universali ingenui, che non possono andare oltre qualche luogo comune (la crisi dei valori, governo ladro, secondo me io a volte credo in qualcosa).

Un’adeguata riflessione sul rapporto storico tra universale e particolare è senza dubbio fruttuosa per non farsi abbindolare, non cadere in luoghi comuni, essere persone che progrediscono.

 01/09/2018 07:25:35
utente anonimo
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12 commenti

Quindi quali sono le tue proposte di discorsi che eventualmente portano alla crescita dell'essere? e non all'essere abbindolati?.. Anche quella parola mi sembra fuori luogo qui. Non mi sembra di esser mai stata abbindolata da nessuno..

 01/09/2018 07:31:17

Significa che oggi è necessario imparare a costruire le conversazioni, i concetti, i pensieri, in una maniera che non sia ingenua. Per esempio, non ha senso trattare i concetti generali come se fossero davvero universali: niente è universale, tutto deriva dalla nostra cultura locale. Però il linguaggio entro cui ci muoviamo è tutto fatto di modi di dire universali, quindi fuorvianti. Perciò è necessario almeno parlare con consapevolezza della non universalità di ciò che diciamo.

Riguardo invece al particolare, è importante concepirlo in riferimento a ciò che nel linguaggio che abbiamo ereditato è universale. Anche se gli universali sono crollati, anche se sono entrati in crisi, se trattati con senso critico sono indispensabili affinché non si cada nello sterile opinionismo, nella mancanza di riflessione critica.

Faccio qualche esempio.

Non ha senso oggi parlare di crisi dei valori: i valori fanno parte degli universali che ormai abbiamo capito che non erano basati su nulla. Questo non significa che non abbia senso parlare di valori: ha senso, ma bisogna trattarli criticamente, come orizzonti stimolanti, promettenti, però non come verità a cui ci si possa aggrappare con fiducia.

Altro esempio: se dico che ieri ho gustato una torta, la cosa si riduce a banalità al servizio dell’industria se non viene accompagnata da qualche minimo riferimeno critico, di ricerca, ad esempio sulla profondità del gustare, sulla sensatezza del mangiare. Non dico che ogni tranquilla conversazione debba trasformarsi in noiosa riflessione astratta, ma c’è modo e modo di organizzare l’andamento della conversazione e favorirne sviluppi intelligenti, critici, che non per questo dovranno rinunciare ad essere anche divertenti, piacevoli, amichevoli.


Riguardo all’abbindolare, come fai a stabilire che non sei stata abbindolata? Anzi, ritenere di non essere stati abbindolati da nessuno è un segno significativo di alta probabilità di essere vittima di qualche inganno. Tutti siamo vittime di inganni, possiamo solo dire che ci sforziamo tutti i giorni di smascherarli, per quanto ci riesce di farlo.

 01/09/2018 07:43:14
EwaMaria

EwaMaria136936

Hiraeth. Davidia Involucrata.

crestomazio, dopo aver letto questa sfilza di contraddizioni, mi dichiaro intollerante alle cose che scrivi.


tu scrivi: "Non ha senso oggi parlare di crisi dei valori: i valori fanno parte degli universali che ormai abbiamo capito che non erano basati su nulla. Questo non significa che non abbia senso parlare di valori: ha senso, ma bisogna trattarli criticamente, come orizzonti stimolanti, promettenti, però non come verità a cui ci si possa aggrappare con fiducia.



 03/09/2018 17:30:03
in risposta a ↑

EwaMaria, forse non ti sei accorta che prima parlo di CRISI DEI VALORI, dopo invece parlo di VALORI: sono due cose diverse: parlare di crisi dei valori non ha senso, parlare di valori può invece averlo, in base a come se ne parla.

 03/09/2018 18:03:28
wally17

wally1711476

E perciò tutto è relativo e fine. Cosa si è risolto? Nulla... 

 01/09/2018 15:37:38

wally17, se nel relativismo cerchiamo soluzioni, significa che lo stiamo continuando a trattare come qualcosa che in realtà gli è estraneo. È come chiedere a Leonardo da Vinci che cosa ha risolto dipingendo la Gioconda: nulla. Cos’ha risolto Michelangelo scolpendo la Pietà? Nulla.

 01/09/2018 15:40:25
Robbins

Robbins91426

By ,by

credo che il generale non sia dibattuto perché non ha risposte .

Dopo non fai neanche più le domande

 03/09/2018 18:20:01

Robbins, sì, capisco che il generale va in crisi, ma l’alternativa non è solo il silenzio. Questo mi sembra l'errore di Heidegger: egli si accorse che il discorso sull’essere (= il generale) viene seriamente messo in crisi dal fatto che l’essere si realizza nel tempo, nel luogo, nell’imperfezione della nostra umanità. E allora egli concluse che, arrivati a questo punto, rimaneva solo fare silenzio, tacere.

In realtà questo ci conduce a riscoprire il particolare, il locale, l’opinione, il racconto. Veniamo a scoprire che ciò che vale è l’opinione; ciò che pretende di andare oltre l’opinione, al contrario delle apparenze, è fragilissimo, facile da demolire. L’opinione invece non la puoi demolire, perché, riconoscendosi già in partenza come opinione, si riconosce nella propria giusta misura.

Quindi nascono nuove domande. Non più domande che mirano a padroneggiare la realtà, ma domande che mirano a tirar fuori il particolare, la soggettività, l’arte.

Tutto questo senza bisogno di mandare il generale il congedo: il generale rimane come termine di confronto, di critica, di esplorazione, sebbene inteso senza pretese, ma solo per il servizio che può dare come ipotesi.

 03/09/2018 19:25:16
Robbins

Robbins91426

By ,by

in risposta a ↑

crestomazio, comunque non ci sono risposte se non di fede.

Basta credere

 04/09/2018 04:33:37
in risposta a ↑

Robbins, a mio parere (molto soggettivo), la tua risposta si muove in contesti troppo statici. Cercare risposte significa cercare terminazioni, punti in cui il muoversi smette: si trova la risposta e si ha la fine del problema. Credo che dovremmo renderci conto che questo meccanismo mentale è micidiale: dovremmo accorgerci che il problema ci ha tenuto in vita, ci ha messo in moto, quindi non va visto come qualcosa da terminare attraverso una risposta, ma da portare avanti attraverso lo sviluppo di nuovi problemi. Le risposte sono la morte, sono l’uccisione dei problemi.

In questo senso, se vogliamo dare importanza al credere, non penso sia positivo considerarlo una risposta; sarebbe meglio considerarlo apertura a nuove dinamiche, nuove prospettive, nuovi problemi: allora sì che sarà positivo.

In questo senso anche la discussione riguardo all’universale può essere ricondotta a ciò: ci siamo inventati le idee universali come risposte ai problemi e ora cominciamo ad accorgerci che le idee universali ci uccidono, perché sono statiche, sono risposte, terminazioni, fine del vivere. Il particolare invece ci mette continuamente in moto, in vita.

 04/09/2018 08:00:55

Il particolare e l'universale hanno la medesima importanza. Nessuno dei due va tralasciato o sottovalutato.

L'universalità si estende sul principio fondamentale delle cose, sui valori e su una collettività senza nome, ma poi ognuno vive una vita fatta dei propri particolarismi, col proprio modo di applicare l'universale a sé stessi.



 04/09/2018 05:34:01

Argyre, sono d’accordo sul fatto che entrambi ci siano necessari. Si tratta però di vedere come rapportarli tra di loro. In questo senso, a mio parere, tu hai già suggerito un modo di rapportarli che subordina il particolare all’universale: hai parlato infatti di

modi di applicare l’universale a sé stessi.

Perché non pensare il contrario, cioè, ad esempio, che l’universale sia in continua costruzione, in continua ridefinizione, in base ai particolari che man mano andiamo scoprendo e conoscendo? Vedendo le cose in questa maniera, l’universale non è più qualcosa di definito che detta legge, ma, al contrario, un piccolo strumento, molto discutibile, che va continuamente adeguato, modificato, in base alle esperienze particolari. Si può fare un paragone con le leggi civili: le leggi vanno continuamente aggiornate, modificate, in base all’andamento storico della società. Allo stesso modo le leggi della fisica: spesso sento dire che la natura ubbidisce alle leggi della fisica, ma in realtà le leggi della fisica le abbiamo inventate noi per darci un riassunto del funzionamento della natura. Sono le leggi della fisica che devono essere adeguate, riformulate in continuazione, se vogliamo che rispecchino a sufficienza i fenomeni particolari che giorno per giorno veniamo a scoprire in natura.

 04/09/2018 08:07:15

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