Non è prudenza, è paura derivata dall'assenza di elementi di base che non sono stati forniti alle nuove generazioni. Quando si ha paura di fallire? Quando sentiamo di non avere quelle risorse che ci consentono di affrontare una serie di ostacoli. Come ho scritto più volte su Quag, alla nuova generazione( parlo dei ventenni in generale ma anche miei coetanei )manca la capacità di "faticare" e "aspettare"per raggiungere un obiettivo o una ricompensa.  Se si è stati abituati ad avere tutto, come può svilupparsi quel senso di eccitazione, adrenalina, coraggio misto a costanza,  pazienza e impegno, requisiti fondamentali per rischiare in nuove opportunità lavorative? 

 07/05/2016 06:09:18
AlessioM

AlessioM36261

Ricercatore di senso

Oliol, riagganciandomi però al bell'intervento di @Davide_VulgarHurricane85,  direi che l'avversione al rischio dipende anche dalle speranze che si intravedono all'orizzonte. 

Ci sono investimenti più o meno rischiosi, e se i nostri genitori vivevano in un mondo dove facevi qualche giro per la città e trovavi lavoro, nel nostro mondo mandi centinaia di CV e nessuno ti considera. Mio padre, balbuziente e con la licenza media, ci mise qualche settimana per trovare lavoro nella fabbrica dove poi è rimasto trent'anni, io con una laurea in economia, esperienza ed un inglese quasi madrelingua, il lavoro quasi lo devo elemosinare. E allora è chiaro che trent'anni fa farsi una famiglia o una attività imprenditoriale era considerato alla portata di tutti, e bastava avere un minimo di impegno e pazienza per una vita appagante. Adesso investire è molto più rischioso, tra divorzi, banche inflessibili, fisco rapace e sopratutto un mercato che non tira in nessun settore. Poi certo, arrivano il genio nel salotto TV e dice: fai una start up e diventa come Steve Jobs... e grazie!

 07/05/2016 14:04:27
Davide_VulgarHurricane85

Davide_VulgarHurricane8511186

Commesso libraio

in risposta a ↑

I vostri interventi, @Oliol e @AlessioM , sono molto azzeccati e interessanti e mi hanno fatto tornare in mente un altro significativo fattore, che ieri sera mi ero dimenticato di sottolineare. Mi riferisco a quella che io chiamoideologia del successo, autentico idolo contemporaneo, sorta di fede laica che innerva ed attraversa le società avanzate della contemporaneità.
Essa si sostanzia nell'affermazione secondo cui viviamo in un mondo denso di opportunità diffuse, nel quale il merito e il talento diventano la discriminante fondamentale (provvidenziale, per rimanere in tema di metafora religiosa), l'unico elemento salvifico in grado di distinguere coloro che ce la fanno da coloro che invece falliscono (distribuendo il premio della salvazione ai primi e la pena del castigo ai secondi).
Il risultato di questa ideologia induce incosciamente a considerare meritevoli i "vittoriosi" e colpevoli gli "sconfitti": chi non ce la fa, chi rimane indietro, chi non si realizza, è perché evidentemente non è stato abbastanza abile, abbastanza ingegnoso, abbastanza disposto a fare sacrifici rispetto a chi invece è riuscito, insomma, è stata colpa sua, delle sue mancanze, dei suoi limiti, delle sue lacune personali oltreché professionali.

E' evidente che una simile impostazione risulta non solo riduttiva (al di là della retorica ufficiale, le presunte opportunità della società moderne si sarebbero non allargate ma persino ristrette rispetto a una-due generazioni fa, quando appunto, grazie al boom economico, era possibile trovare lavoro non dico da un giorno all'altro ma quasi, così come era più semplice acquistare una casa) ma anche fortemente deleteria nei confronti della dignità delle persona, che così si sente presa di mira non più solo per quello che fa o non fa (secondo la categoria religosa del peccato), ma per quello che è (categoria complessiva della colpa, appunto)...senza dimenticare poi la paradossale perla di saggezza che ci ha lasciato Aldous Huxley: niente espone all'insuccesso più del successo!

 07/05/2016 15:44:03 (modificato)
in risposta a ↑

Davide_VulgarHurricane85, effettivamente io e @AlessioM poniamo la questione da prospettive differenti. Come ogni dinamica sociale,  economica e psicologica, bisogna considerare tantissime variabili di cui nessuna ha un peso esclusivo. Non si parla di tutti,  parlo di una tendenza molto diffusa,  della mancanza di abilità che devono essere sviluppate,  in un modo o nell' altro (e se non lo fanno i genitori mi sembra dovere degli enti deputati all'istruzione obbligatoria) per poter valutare oggettivamente rischi,  soluzioni alternative,  per poter potenziare la sicurezza in se stessi, delle proprie risorse.  Non ci sono colpe,  ma ci sono delle responsabilità a monte,  a parte poi quella personale che ha ogni individuo su come decide di indirizzare il proprio destino. Molti ragazzi,  anche se proponi loro un rischio minimo,  non accettano comunque. Quando cercavo collaboratori,  rifiutavano anche solo per doversi fare 30 km di strada, oppure per non lavorare il sabato. Non è nemmeno questione di " chi ce la fa" è " questione di " chi cell ha fatta perché ha tentato" rispetto a chi si lamenta e non prova nemmeno a cercare e valutare. @AlessioM riporta la sua esperienza io ho la mia.  Mi sono reinventata continuamente, ho continuato a studiare per avere qualifiche maggiori,  mi sono spostata a destra e a manca, quando non potevo essere più di pendente del servizio in cui lavoravo,  ho aperto una partita iva e l ho preso in gestione).  Sarà che ho avuto l' esempio di mio padre che dal niente ha tirato prima un' impresa e poi un' altra,  facendo dei sacrifici pazzeschi,  vivendo anche stati di povertà per poi ottenere ciò che si era prefissato,  e mio babbo non aveva nemmeno dei genitori che nel caso l' avrebbero potuto appoggiare in qualche modo. ra oggi,  trovandomi con meno lavoro,  ho voglia di investire,  pur  avendo budget miserabile a disposizione.  Avrei pensato di realizzare il progetto che ho in mente molto tempo fa,  ma non ho mai trovato soci pronti a condividerlo con me, pronti a rischiare insieme,  a spostarsi di qualche km da casa,  a fare una sorta di analisi dei bisogni.  Sono le persone che continuano a stare a casa senza lavoro e quelle che poi ti chiederanno di poter collaborare quando le cose andranno meglio. 

 07/05/2016 17:55:33
AlessioM

AlessioM36261

Ricercatore di senso

in risposta a ↑

Oliol, 

io e @AlessioM poniamo la questione da prospettive differenti.

Direi che è una interpretazione perfetta, in quanto tu parti dall'aspetto della personalità

( Quando si ha paura di fallire? Quando sentiamo di non avere quelle risorse che ci consentono di affrontare una serie di ostacoli).

mentre io mi sono soffermato sul quadro generale: il mercato che non tira, le tasse e svariate altre condizioni ambientali che vanno ad incidere non solo sulla fiducia nel presente ma anche sulla speranza nel futuro). Probabilmente è deformazione professionale: tu sei una esperta di mente, io di mercato... un micro ed un macro che potrebbero essere messi a sistema   


mancanza di abilità che devono essere sviluppate, in un modo o nell' altro (e se non lo fanno i genitori mi sembra dovere degli enti deputati all'istruzione obbligatoria)

Questa mi sembra una grande verità. Forse i genitori, avendo vissuto in un contesto, non dico più semplice, ma più fertile, hanno sottovalutato l'importanza del loro compito. Sul sistema scolastico non c'è bisogno di usare il termine "forse": è inadeguato.

Oggi serve sopratutto intraprendenza, e la nostra scuola l'intraprendenza la mortifica, premiando invece il conformismo. Si punta a salvare gli asini dalla bocciatura, invece che a valorizzare i talenti; si punta a premiare chi studia la pappa a memoria, invece di chi è curioso e fa ricerche per conto proprio per saperne di più.


@AlessioM riporta la sua esperienza io ho la mia.

Più che altro, ho provato a tracciare un parallelo tra l'ambiente di trent'anni fa (che non era un paradiso, le cose andavano certamente peggio che negli anni '60, l'inflazione era "a due cifre" e c'erano già settori industriali che iniziavano ad essere smantellati) e l'ambiente odierno. Un ambiente che non solo è più competitivo, ma anche più incerto. 

Non so se si sia inteso che io mi senta in difficoltà, forse ho usato una espressione esagerata. Anch'io sono una persona che si è reinventata e che non si arrende seppure partendo da una situazione un po' spiazzante. Molti iniziano con esperienze piuttosto grame, però poi arrivati alle soglie dei fatidici "30" trovano quella collocazione giusta che consente loro di lavorare con una relativa stabilità, anche se si lavora nel campo autonomo/professionale. Io ho seguito un percorso un po' inverso, a 25 anni ero impiegato nella azienda più desiderata dai colleghi del mio corso di laurea, alle soglie dei 30 l'improvviso collasso di quella azienda mi ha portato ad incominciare la navigazione dell'oceano dei lavori precari, sebbene sempre ben remunerati ed accompagnati da ampiamenti del mio ventaglio di competenze (export management, europrogettazione... a breve, se tutto va bene, l'abilitazione come agente immobiliare). 

L'aspetto sconfortante (e qui torno al discorso generale) non è nel lavorare o meno in un dato momento, nel guadagnare o meno, ma nell'impossibilità di fare previsioni sulla propria carriera anche solo a medio termine, cosa che per la generazione precedente era molto più semplice. 

E se non sei Billy Elliot, che smuove le montagne pur di realizzare il suo sogno, forse non c'è bisogno di essere pigri ed indolenti per restare impantanati, basta non avere le idee chiare.

 07/05/2016 21:11:56
in risposta a ↑

AlessioM, aggiungi anche che non avendo famiglia o figli, io ragiono sempre a breve termine.  Tendo sempre a ragionare pensando a ciò che mi piacerebbe fare nei prossimi due o tre anni,  piuttosto che,  quale sarà il lavoro della mia vita. E questo non è da trascurare,  magari tendo ad avere una visione meno catastrofica. Insomma Alessio,  ad ogni modo,  in bocca al lupo a noi! 

 07/05/2016 21:21:18
QualisTalis

QualisTalis19431

Man of wealth and taste. Pleased to meet you :)

Colpa dei genitori invertebrati, della societá rammollita o del complotto ?

 07/05/2016 20:03:32

Beh io sono fortunato... Ho un attività ed ho 33 anni ma per sola fortuna... Anche io noto questa differenza...penso che il discorso sia difficile... Abbiamo molte più conoscenze ed esempi di attività grazie al web... E forse una diversa concezione del fare ad ogni costo...poi mettici che non essendo una generazione da genitori... Le pretese penso diminuiscano...bel post interessante complimenti 

 08/05/2016 16:03:33
FabioMazzilli

FabioMazzilli311

Appassionato lettore, aspirante scrittore

Ciao.

Mi baso sulla mia esperienza e su quella dei miei amici, dai trent'anni in su. Io stesso preferisco non investire in un paese in cui la burocrazia e il sistema tassativo rallentano lo sviluppo imprenditoriale, specie giovanile, anziché incentivarlo. Se a questo si aggiunge che il Sud, da cui provengo, è pieno zeppo di contraddizioni e di scarsa mentalità imprenditoriale, be' il quadro che si delinea è piuttosto sconfortante. Credo che la "paura" dei giovani trovi la sua causa nel clima di incertezza politica e in ciò che ne consegue.  

 12/06/2016 14:55:32
francescone

francescone266

studente+lavoratore

FabioMazzilli, stavo per scrivere in parte il tuo punto di vista.

la "paura" nella parte prudente dei giovani è rivolta al sistema tributario italiano che di fatto aggrava terribilmente le possibilità di successo. 

Ovvio non basta uno stato demente a fermare chi veramente vuole muoversi, ma è proprio un bel bastone in mezzo al c**!! Scusami il francesismo ma mi trovi caldo.... 

 17/06/2016 21:34:58

Dal mio punto di vista concordo con quello che dice utente Jacopo91 

Nuova e vecchia generazione ci sara' sempre qualcuno che rischia qualcosa per crearsi "un orticello".

Rispetto agli anni passati pero', era si difficile fare impresa, ma erano talmente tanti i soldi che giravano,le possibilita' che c'erano, che chi ad esempio si e' aperto una attivita' (es. negozio) era sicuro che nell'avvenire nulla lo avrebbe toccato: della serie so fare bene il made in italy ed il mio prodottome lo vendo al prezzo che dico io! Ma lasciamo perdere questo discorso e vediamo anche quante startup vengono create dai giovani e domandiamoci: si e' vero fa tendenza,magari 9 su 10 chiudono entro 1 anno, ma fara' anche capire a questi giovani tra 10 anni che quello che andrai a costruire nel  futuro sara' qualcosa che pensi,valuti,testi,provi tante e tante volte fino a quando ti chiederai : si la burocrazia e' lenta etc ..... ma perche' devo pagare meta' di quello che guadagno agli altri? Eh si,perche' pantalone in fondo siamo Noi! E non ci lamentiamo con i posti pubblici,ministeriali e compagnia bella!!!

I veri imprenditori della vecchia generazione ,e' il mio punto di vista personale, sono quelli che non si sono fermati una volta creato il "castello" ma hanno e fanno  in modo ogni giorno di mettersi in gioco anche in prima persona; magari non richiano come i primi ann,ma hanno alle spalle una esperienza invidiabili che non formimsolo con i libri! 

Quindi direi si richiare ma..............da solo?!?  ed a fine mese poi che fai vieni a scioperare o mi marchi malattia??! Forse penso anche grazie al digitale che molte professioni,se HAI VOGLiA , stanno prendendo piede sempre di piu'. Non serve ufficio al 100% ,gruppo di persone che condividono,si "interfacciano" sui canali appositi; ma questo e' dovuto alla nuova tecnologia,perche' sapete tutto si muove e chi rimane fermo............

 20/06/2016 00:59:12

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